Immaginate un’aula di tribunale alla fine dell’Ottocento. Il fruscio delle toghe, il profumo di carta antica e un silenzio assoluto: quello delle donne. Per secoli, la giustizia ha avuto una voce esclusivamente maschile. Ma in occasione di questo 8 Marzo, voglio ricordare chi quel silenzio l’ha rotto con garbo e ferocia intellettuale: Lidia Poët.
Il “No” che ha fatto la storia
Nel 1883, Lidia divenne la prima donna in Italia a iscriversi all’Ordine degli Avvocati di Torino. Un traguardo che durò il tempo di un respiro. La Corte d’Appello ne ordinò la cancellazione, sostenendo che l’avvocatura fosse un “ufficio pubblico” e che le donne, per presunta “fragilità fisica e morale”, non potessero accedervi.
Sembra incredibile, ma all’epoca la legge non prevedeva esplicitamente che le donne potessero esercitare la professione forense. Anzi, l’interpretazione giurisprudenziale era chiara: l’accesso agli albi professionali era riservato agli uomini. Si temeva che la presenza femminile potesse “distrarre” i giudici o che la toga non si adattasse agli abiti femminili. Motivazioni che oggi ci fanno sorridere amaramente, ma che all’epoca rappresentavano barriere insormontabili.
La forza del merito
Lidia rispondeva ai pregiudizi con una lucidità disarmante, scrivendo: «Le donne non chiedono altro che di essere collocate dove il loro merito le chiama».
Nonostante il divieto, continuò a lavorare “nell’ombra” nello studio del fratello, dedicandosi ai diritti dei minori e delle madri lavoratrici. Fu tra le prime a capire che il diritto di famiglia non era solo burocrazia, ma il baluardo per difendere i soggetti più vulnerabili. Quella sensibilità che la legge considerava “fragilità” divenne la sua forza: la capacità di vedere oltre le norme, di comprendere le persone dietro le carte processuali.
Quando la legge cambiò (finalmente)
Solo nel 1919, con la legge n. 1176, le donne ottennero il diritto di esercitare tutte le professioni e di ricoprire tutti gli impieghi pubblici, salvo alcune eccezioni. Ma per l’avvocatura ci volle ancora un anno: fu la legge n. 1483 del 1920 a consentire finalmente alle donne l’accesso alla professione forense.
Lidia aveva 65 anni quando vide il suo nome tornare sull’Albo. Trentasette anni di attesa. Trentasette anni in cui aveva continuato a studiare, a lavorare, a dimostrare che la competenza non ha genere.
Ieri e oggi: un confronto necessario
Dove la legge del 1883 vedeva un limite biologico, noi oggi vediamo una specializzazione necessaria. Se oggi nel mio studio discutiamo con naturalezza di tutela dei minori e parità genitoriale, lo dobbiamo a chi ha dimostrato che la competenza non ha genere.
Oggi, l’ordinamento forense riconosce all’avvocato “la funzione di garantire al cittadino l’effettività della tutela dei diritti”, senza distinzione alcuna. L’iscrizione all’albo è aperta a chiunque abbia i requisiti professionali, indipendentemente dal sesso. Sembra scontato, ma non lo è: è il risultato di battaglie come quella di Lidia.
Oggi, con una magistratura e un’avvocatura a forte presenza femminile, onoriamo Lidia Poët continuando a usare il diritto come strumento di equilibrio. Il miglior modo per festeggiare l’8 Marzo è trasformare le leggi in tutele concrete, affinché nessun merito resti mai più inascoltato.
Perché la toga, alla fine, non ha mai avuto bisogno di adattarsi agli abiti: si adatta alle persone che la indossano con dignità e competenza.
Buona Festa della Donna a tutte le Colleghe e a tutte le Donne che lottano ogni giorno per i propri diritti.
Avv. Francesco Frezza
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