Hai un figlio all’università che ha trovato un piccolo impiego part-time?
Attenzione: non significa affatto che l’obbligo di mantenimento sia svanito.
In un’epoca segnata dall’instabilità lavorativa, una recente vittoria del nostro studio presso il Tribunale di Napoli Nord fa scuola, tutelando il diritto dei giovani a completare la propria formazione senza l’ansia dell’abbandono economico.

Il caso: “Mio figlio lavora, non pago più”
La vicenda nasce dalla richiesta di un padre che, dopo anni di versamenti (appena 250€ per due figli), ha chiesto al giudice di essere esonerato dall’obbligo.
La sua motivazione? I figli erano ormai maggiorenni e uno di loro aveva iniziato a lavorare con un contratto part-time.
Tuttavia, la realtà era ben diversa: entrambi i ragazzi erano studenti universitari impegnati e quel “lavoro” non era che un contratto a termine di soli tre mesi, mai rinnovato.
Quando un lavoro è “abbastanza” per smettere di pagare?
Il Tribunale è stato categorico: l’autosufficienza economica non è un concetto astratto. Per interrompere il mantenimento, non basta che il figlio percepisca un reddito minimo o saltuario.
I criteri fondamentali ribaditi dalla giurisprudenza sono chiari:
Stabilità vs Precarietà: Un contratto a chiamata o un part-time di pochi mesi non garantiscono una reale autonomia.
Il percorso di studi: Se il figlio studia con profitto, il diritto al sostegno prevale finché non termina il ciclo di formazione .
L’impegno attivo: Il giovane deve dimostrare di non essere inerte, ma di attivarsi concretamente per cercare la propria strada.
Chi deve “provare” cosa?
Un errore comune è pensare che sia il figlio (o il genitore convivente) a dover giustificare il bisogno. In realtà, la Cassazione parla chiaro: spetta al genitore che vuole smettere di pagare dimostrare che il figlio è diventato autonomo o che è disoccupato per sua colpa (inerzia o rifiuto di offerte congrue).
Nel nostro caso, il padre non solo non ha provato l’autonomia dei figli, ma è emerso che la sua situazione economica era persino migliorata rispetto al momento del divorzio.
Conclusione: non è una questione di formule, ma di vita reale
Questa vittoria ci ricorda che il diritto di famiglia non segue automatismi legati all’età anagrafica.
Il mantenimento non è un obbligo “a vita”, ma nemmeno un interruttore che si spegne a 18 anni. Si tratta di proteggere il futuro dei ragazzi finché non hanno basi solide per camminare con le proprie gambe.
Cosa fare se ti trovi in questa situazione
Se sei un genitore che riceve una richiesta di modifica dell’assegno di mantenimento per un figlio maggiorenne, il nostro consiglio è:
Non sottovalutare la questione – serve una difesa tecnica adeguata
Raccogli documentazione sul percorso di studi del figlio, sui suoi sforzi per trovare lavoro, sulla precarietà di eventuali contratti
Documenta le tue spese effettive per il mantenimento
Rivolgiti a un professionista che conosca bene questa materia
Se invece sei il genitore che versa l’assegno e pensi che sia il momento di chiederne la revisione, ricorda che:
L’onere della prova del raggiungimento dell’autosufficienza grava su di te
Un lavoro precario non basta a far cessare il diritto.
Devi dimostrare un reale peggioramento della tua situazione economica
Hai una situazione simile? Contattaci per una consulenza. Siamo qui per difendere i tuoi diritti con competenza e passione.
Avv. Francesco Frezza
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