QUANDO LO SMARTPHONE DIVENTA UNA GABBIA: COSA RISCHIA CHI LASCIA I FIGLI SOLI DAVANTI ALLO SCHERMO

Un ragazzo aveva smesso di andare a scuola. Viveva isolato nella sua stanza, attaccato ai videogiochi e ai social. La situazione era degenerata al punto che aveva iniziato a essere violento con la madre, che si era vista costretta a denunciarlo.

Imma­gi­na­te vostro figlio chiu­so in came­ra per gior­ni. Non esce, non par­la, non man­gia con voi. Vive solo attra­ver­so uno scher­mo. E quan­do pro­va­te a strap­par­gli il tele­fo­no dal­le mani, rea­gi­sce con vio­len­za.

Vi sem­bra impos­si­bi­le? Pur­trop­po sta suc­ce­den­do sem­pre più spes­so, e il dirit­to sta ini­zian­do a pren­de­re prov­ve­di­men­ti che fino a poco tem­po fa sem­bra­va­no impen­sa­bi­li.

La storia che fa riflettere

Un ragaz­zo ave­va smes­so di anda­re a scuo­la. Vive­va iso­la­to nel­la sua stan­za, attac­ca­to ai video­gio­chi e ai social. La situa­zio­ne era dege­ne­ra­ta al pun­to che ave­va ini­zia­to a esse­re vio­len­to con la madre, che si era vista costret­ta a denun­ciar­lo. Il tri­bu­na­le è dovu­to inter­ve­ni­re d’ur­gen­za, allon­ta­nan­do il ragaz­zo da casa e dispo­nen­do il suo col­lo­ca­men­to in una comu­ni­tà tera­peu­ti­ca.

Non è fan­ta­scien­za. È una sto­ria vera, rac­con­ta­ta in un’or­di­nan­za del Tri­bu­na­le per i Mino­ren­ni di Mila­no. E casi simi­li stan­no aumen­tan­do.

Quando il gioco diventa malattia

L’Or­ga­niz­za­zio­ne Mon­dia­le del­la Sani­tà ha uffi­cial­men­te rico­no­sciu­to la dipen­den­za da video­gio­chi come una vera e pro­pria malat­tia.

I sin­to­mi? Per­di­ta tota­le di con­trol­lo sul tem­po pas­sa­to davan­ti allo scher­mo, prio­ri­tà asso­lu­ta data al gio­co rispet­to a qual­sia­si altra cosa (scuo­la, ami­ci, fami­glia), con­ti­nua­zio­ne nono­stan­te le con­se­guen­ze nega­ti­ve evi­den­ti.

Ma non par­lia­mo solo di video­gio­chi. Par­lia­mo di ragaz­zi che vivo­no sui social, che non rie­sco­no a stac­car­si dal tele­fo­no nem­me­no per man­gia­re, che svi­lup­pa­no ansia e depres­sio­ne quan­do ven­go­no pri­va­ti dei loro dispo­si­ti­vi. Ragaz­zi che costrui­sco­no la loro iden­ti­tà esclu­si­va­men­te onli­ne, per­den­do la capa­ci­tà di rela­zio­nar­si nel mon­do rea­le.

Cosa dice la legge

Quan­do la situa­zio­ne diven­ta così gra­ve da met­te­re a rischio la salu­te e lo svi­lup­po del ragaz­zo, il tri­bu­na­le può inter­ve­ni­re. L’ar­ti­co­lo 333 del Codi­ce civi­le pre­ve­de che, quan­do il com­por­ta­men­to dei geni­to­ri “appa­re comun­que pre­giu­di­zie­vo­le al figlio”, il giu­di­ce pos­sa adot­ta­re prov­ve­di­men­ti anche dra­sti­ci, come l’al­lon­ta­na­men­to del mino­re da casa.

Non si trat­ta di puni­re mam­ma e papà, ma di pro­teg­ge­re il ragaz­zo. E la dipen­den­za digi­ta­le, con tut­to quel­lo che com­por­ta – iso­la­men­to, aggres­si­vi­tà, bloc­co del­lo svi­lup­po – rien­tra pie­na­men­te tra le situa­zio­ni che richie­do­no un inter­ven­to.

La responsabilità dei genitori: non basta dare il telefono

Ma c’è un altro aspet­to fon­da­men­ta­le: la respon­sa­bi­li­tà di chi con­se­gna uno smart­pho­ne a un bam­bi­no sen­za rego­le, sen­za con­trol­li, sen­za edu­ca­zio­ne.

Pen­sa­te­ci: dare­ste a vostro figlio le chia­vi del­la mac­chi­na sen­za aver­gli inse­gna­to a gui­da­re? Pro­ba­bil­men­te no. Eppu­re mol­ti geni­to­ri con­se­gna­no smart­pho­ne e tablet a bam­bi­ni sem­pre più pic­co­li, sen­za spie­ga­re loro come usar­li, qua­li sono i rischi, cosa può suc­ce­de­re.

E quan­do il ragaz­zo com­met­te qual­co­sa di sba­glia­to onli­ne – cyber­bul­li­smo, dif­fu­sio­ne di foto altrui, con­di­vi­sio­ne di con­te­nu­ti inap­pro­pria­ti – i geni­to­ri pos­so­no esse­re chia­ma­ti a rispon­der­ne. Per­ché dare un tele­fo­no sen­za edu­ca­re all’u­so signi­fi­ca veni­re meno ai pro­pri dove­ri di geni­to­ri.

I pericoli nascosti dietro lo schermo

La dipen­den­za è solo la pun­ta del­l’i­ce­berg. Il mon­do digi­ta­le nascon­de rischi che mol­ti geni­to­ri sot­to­va­lu­ta­no:

  • Cyber­bul­li­smo: ragaz­zi che insul­ta­no e umi­lia­no com­pa­gni di scuo­la attra­ver­so pro­fi­li fake, con con­se­guen­ze deva­stan­ti
  • Ade­sca­men­to onli­ne: adul­ti malin­ten­zio­na­ti che con­tat­ta­no mino­ri attra­ver­so chat di video­gio­chi o social
  • Sex­ting: ado­le­scen­ti che si scam­bia­no foto inti­me sen­za capi­re che una vol­ta onli­ne quel mate­ria­le può cir­co­la­re per sem­pre
  • Share­n­ting: geni­to­ri che pub­bli­ca­no com­pul­si­va­men­te foto dei figli sui social, costruen­do un’i­den­ti­tà digi­ta­le del bam­bi­no sen­za il suo con­sen­so
  • Con­te­nu­ti inap­pro­pria­ti: por­no­gra­fia, vio­len­za, con­te­nu­ti che pos­so­no trau­ma­tiz­za­re

Di fronte a questo scenario, cosa si può fare concretamente?

1. Edu­ca­re pri­ma di con­se­gna­re

Pri­ma di dare uno smart­pho­ne a vostro figlio, par­la­te con lui. Spie­ga­te i rischi, sta­bi­li­te le rego­le, chia­ri­te le con­se­guen­ze. Non date per scon­ta­to che “tan­to lo san­no già usa­re”.

2. Sta­bi­li­re rego­le chia­re

Ora­ri di uti­liz­zo, divie­to di uso not­tur­no, app con­sen­ti­te e vie­ta­te. E soprat­tut­to: fate rispet­ta­re le rego­le. Sen­za ecce­zio­ni.

3. Usa­re il paren­tal con­trol (ma con intel­li­gen­za)

Esi­sto­no stru­men­ti per fil­tra­re con­te­nu­ti e limi­ta­re l’ac­ces­so a cer­ti siti. Usa­te­li, ma sen­za tra­sfor­mar­vi in spie. Il con­trol­lo deve esse­re pro­por­zio­na­to all’e­tà e deve dimi­nui­re man mano che il ragaz­zo cre­sce.

4. Dare l’e­sem­pio

Se voi per pri­mi sie­te sem­pre attac­ca­ti al tele­fo­no, dif­fi­cil­men­te vostro figlio impa­re­rà un uso equi­li­bra­to. I ragaz­zi impa­ra­no più da quel­lo che vede­te fare che da quel­lo che dite.

5. Coglie­re i segna­li d’al­lar­me

Iso­la­men­to socia­le, calo del ren­di­men­to sco­la­sti­co, irri­ta­bi­li­tà quan­do vie­ne limi­ta­to l’ac­ces­so ai dispo­si­ti­vi, per­di­ta di inte­res­se per atti­vi­tà che pri­ma pia­ce­va­no. Sono tut­ti cam­pa­nel­li d’al­lar­me da non sot­to­va­lu­ta­re.

6. Chie­de­re aiu­to per tem­po

Se la situa­zio­ne vi sfug­ge di mano, non aspet­ta­te che dege­ne­ri. Rivol­ge­te­vi ai ser­vi­zi socia­li, a psi­co­lo­gi spe­cia­liz­za­ti, al con­sul­to­rio. Non c’è nul­la di cui ver­go­gnar­si. Meglio inter­ve­ni­re subi­to che tro­var­si poi davan­ti a un tri­bu­na­le.

Il punto della situazione

Lo smart­pho­ne, il tablet, il com­pu­ter sono stru­men­ti straor­di­na­ri. Apro­no infi­ni­te pos­si­bi­li­tà, per­met­to­no di impa­ra­re, comu­ni­ca­re, crea­re. Ma pos­so­no anche tra­sfor­mar­si in gab­bie invi­si­bi­li che intrap­po­la­no i nostri figli in un mon­do vir­tua­le, impe­den­do loro di vive­re quel­lo rea­le.

La leg­ge sta cer­can­do di ade­guar­si, intro­du­cen­do nuo­vi stru­men­ti di tute­la. Ma la leg­ge da sola non basta. Ser­ve una pre­sa di coscien­za: con­se­gna­re uno smart­pho­ne a un bam­bi­no è una respon­sa­bi­li­tà enor­me, che richie­de pre­sen­za, edu­ca­zio­ne, con­trol­lo.

Non si trat­ta di demo­niz­za­re la tec­no­lo­gia o di vie­ta­re tut­to. Si trat­ta di accom­pa­gna­re i ragaz­zi in que­sto mon­do digi­ta­le, inse­gnan­do loro a usar­lo con con­sa­pe­vo­lez­za e sen­so cri­ti­co. Per­ché quan­do un ragaz­zo si per­de nel labi­rin­to digi­ta­le, recu­pe­rar­lo è dif­fi­ci­le. E a vol­te ser­ve l’in­ter­ven­to del tri­bu­na­le.

Meglio pre­ve­ni­re, no?

Avv. Fran­ce­sco Frez­za

Via Ambra, 4

81038 Tren­to­la Ducen­ta (Caser­ta)

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