Ogni giorno, in Italia e nel mondo, milioni di genitori pubblicano foto dei propri figli sui social network. Il primo giorno di scuola, la pagella, la partita di calcio, la torta di compleanno: gesti d’affetto, quasi sempre. Ma c’è un dato che sfugge ai più: quando pubblichiamo una foto di nostro figlio, stiamo compiendo un atto che ha conseguenze giuridiche precise — e potenzialmente molto serie.
Questo fenomeno ha un nome: sharenting, dall’inglese share (condividere) e parenting (genitorialità). Ed è un tema su cui i tribunali italiani stanno intervenendo con decisioni sempre più incisive.
Il figlio non è una “proprietà”: chi decide sulla sua immagine?
Partiamo da un principio fondamentale, spesso dimenticato: i figli non appartengono ai genitori. Sono persone distinte, titolari di diritti propri — primo fra tutti il diritto all’immagine e alla riservatezza.
Il genitore non esercita un potere assoluto. Agisce piuttosto come una sorta di “amministratore” dei dati personali del minore, e ogni sua scelta deve essere orientata esclusivamente all’interesse del bambino o del ragazzo. È la responsabilità genitoriale a imporlo, ed è un principio che la legge declina in una serie di regole molto concrete.
Cosa dice la legge: i paletti da conoscere
Tre sono i riferimenti normativi essenziali:
- L’articolo 10 del Codice Civile e l’articolo 96 della Legge sul Diritto d’Autore (L. 633/1941) proteggono l’immagine di ogni persona contro esposizioni non autorizzate che possano recarle pregiudizio. Vale per gli adulti, e a maggior ragione per i minori.
- Il GDPR (il Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali) e il Codice della Privacy italiano (D.Lgs. 196/2003) stabiliscono tutele particolarmente rigide quando si trattano dati di minori in ambiente digitale.
- Il punto più importante, e spesso quello che genera veri e propri conflitti legali: sotto i 14 anni, qualsiasi diffusione di immagini del minore richiede il consenso esplicito e preventivo di entrambi i genitori. La pubblicazione sui social network è considerata un atto di straordinaria amministrazione. Tradotto: se un genitore pubblica una foto senza il consenso dell’altro, compie un illecito.
Quando i giudici intervengono: i casi che hanno fatto scuola
La giurisprudenza italiana è ormai chiara e tutt’altro che indulgente. I tribunali intervengono soprattutto nei contesti di separazione conflittuale, ma non solo. I rischi che i giudici segnalano ruotano attorno a tre grandi questioni.
1. L’identità digitale che il minore non ha mai scelto
Ogni foto pubblicata oggi costruisce una traccia permanente. È un’identità digitale che il bambino non ha potuto scegliere, e che potrebbe un giorno creargli imbarazzo, condizionare le sue relazioni o persino limitare le sue opportunità professionali. Internet non dimentica.
2. La sicurezza: una volta online, la foto non è più tua
Pubblicare una foto su un social significa perderne il controllo. Chiunque può salvarla, modificarla, condividerla altrove. Nei casi più gravi, le immagini di minori finiscono in circuiti di malintenzionati o vengono utilizzate per furti d’identità. Non è allarmismo: è un rischio documentato e reale.
3. Le sanzioni: i giudici fanno sul serio
Ecco tre pronunce che danno la misura di come i tribunali affrontano la questione:
- Tribunale di Roma: ha ordinato a una madre la rimozione immediata di tutte le foto del figlio sedicenne pubblicate online, con una penale di 10.000 euro in caso di future violazioni.
- Tribunale di Trani: ha condannato una madre a rimuovere i video della figlia minore da TikTok, stabilendo una sanzione pecuniaria per ogni giorno di ritardo nell’adempimento.
- Tribunale di Rieti: ha condannato una zia al risarcimento dei danni per aver pubblicato sui social decine di foto dei nipoti senza il consenso del padre.
Il messaggio è univoco: la pubblicazione non autorizzata di immagini di minori ha conseguenze economiche concrete, e i giudici non esitano ad applicarle — anche verso i parenti.
Le tre regole per condividere in sicurezza
Condividere la propria felicità di genitore è umano e comprensibile. Ma si può fare senza mettere a rischio i propri figli. Basta seguire tre semplici regole.
Limita la privacy. Usa profili privati e restringi la cerchia dei contatti a persone di cui ti fidi davvero. Non è il numero di like a rendere prezioso un ricordo.
Elimina i dettagli sensibili. Nessuna foto deve mostrare il logo della scuola, la divisa sportiva, l’interno della casa o elementi che permettano di ricostruire gli orari e le abitudini del bambino. Sono informazioni che, nelle mani sbagliate, diventano pericolose.
Fai il test dei 18 anni. Prima di premere “condividi”, fermati un attimo e chiediti: «A mio figlio o a mia figlia farà piacere vedere questa foto pubblica quando avrà 18 anni?». Se la risposta è “non lo so” oppure “no”, lascia perdere. Quel ricordo resta prezioso anche solo per te.
Oggi condividiamo un sorriso, ma sul web rischiamo di lasciare un’impronta che non si cancella più. Proteggere la dignità e la riservatezza dei nostri figli non è una limitazione: è il primo, vero esercizio della responsabilità genitoriale.
Avv. Francesco Frezza
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