OLTRE LO SCHIAFFO: IL VOLTO SILENZIOSO DELLA VIOLENZA ECONOMICA

L'autonomia economica non è un lusso: è la base della dignità umana. Se senti che il tuo partner usa il denaro per tenerti in pugno, sappi che la legge ha già previsto una via d'uscita.

Quan­do pen­sia­mo alla vio­len­za dome­sti­ca, l’im­ma­gi­ne che ci vie­ne in men­te è spes­so quel­la di un livi­do, di un urlo, di una por­ta sbat­tu­ta con vio­len­za.

Ma esi­ste una for­ma di abu­so mol­to più silen­zio­sa, che non lascia segni visi­bi­li sul­la pel­le eppu­re toglie il respi­ro e la liber­tà: la vio­len­za eco­no­mi­ca.

Nel nostro stu­dio capi­ta spes­so di incon­tra­re per­so­ne – pre­va­len­te­men­te don­ne, ma non solo – che arri­va­no con una doman­da che non sem­pre rie­sco­no a for­mu­la­re ad alta voce: “Pos­so dav­ve­ro andar­me­ne se non ho un euro mio?”. La rispo­sta è sì, e la leg­ge pre­ve­de stru­men­ti con­cre­ti per far­lo. Ma fac­cia­mo un pas­so indie­tro.

Quando il denaro diventa un’arma

La vio­len­za eco­no­mi­ca non è una sem­pli­ce discus­sio­ne su chi paga le bol­let­te. È una stra­te­gia di con­trol­lo siste­ma­ti­ca, che tra­sfor­ma il dena­ro in uno stru­men­to di domi­nio. Si mani­fe­sta in modi diver­si, tut­ti ugual­men­te insi­dio­si:

  • L’i­so­la­men­to lavo­ra­ti­vo: “Non ser­ve che lavo­ri, ci pen­so io a tut­to”. Una fra­se che può sem­bra­re pre­mu­ro­sa, ma che spes­so nascon­de il desi­de­rio di ren­de­re l’al­tro com­ple­ta­men­te dipen­den­te.

La Cas­sa­zio­ne Pena­le n. 1268/​2025 ha chia­ri­to che impe­di­re siste­ma­ti­ca­men­te al part­ner di esse­re eco­no­mi­ca­men­te indi­pen­den­te attra­ver­so com­por­ta­men­ti ves­sa­to­ri costi­tui­sce una for­ma di vio­len­za eco­no­mi­ca ricon­du­ci­bi­le al rea­to di mal­trat­ta­men­ti.

  • Il con­trol­lo osses­si­vo del­le spe­se: dover giu­sti­fi­ca­re ogni caf­fè, ogni acqui­sto, vive­re sot­to una costan­te ispe­zio­ne con­ta­bi­le che umi­lia e mor­ti­fi­ca.
  • Il sabo­tag­gio finan­zia­rio: nascon­de­re l’en­ti­tà del patri­mo­nio comu­ne, inte­sta­re debi­ti al part­ner a sua insa­pu­ta, impe­di­re l’ac­ces­so ai con­ti cor­ren­ti.

Come ha evi­den­zia­to la Cas­sa­zio­ne, la vio­len­za eco­no­mi­ca si espri­me anche nel­l’im­po­si­zio­ne di rego­le discri­mi­na­to­rie che inci­do­no sul­l’au­to­no­mia e sul­la digni­tà del­la vit­ti­ma, indu­cen­do­la ad abban­do­na­re l’at­ti­vi­tà lavo­ra­ti­va e a rita­gliar­si un ruo­lo esclu­si­va­men­te dome­sti­co.

Cosa dice la legge

Mol­ti igno­ra­no che que­ste con­dot­te han­no un peso spe­ci­fi­co enor­me davan­ti a un giu­di­ce. La leg­ge non resta a guar­da­re, e pre­ve­de tute­le sia sul pia­no pena­le che su quel­lo civi­le.

Sul fronte penale: il reato di maltrattamenti

L’ar­ti­co­lo 572 del codi­ce pena­le puni­sce i mal­trat­ta­men­ti in fami­glia con la reclu­sio­ne da tre a set­te anni. La giu­ri­spru­den­za è ormai gra­ni­ti­ca: pri­va­re siste­ma­ti­ca­men­te il part­ner dei mez­zi di sus­si­sten­za o limi­tar­ne l’au­to­no­mia eco­no­mi­ca con­fi­gu­ra que­sto rea­to.

Non ser­ve un occhio nero per fini­re davan­ti a un giu­di­ce pena­le.

Come ha affer­ma­to il Tri­bu­na­le di Nola nel­la sen­ten­za n. 552/​2020, la pri­va­zio­ne volon­ta­ria e deli­be­ra­ta dei mez­zi di sosten­ta­men­to eco­no­mi­co, non fon­da­ta su ogget­ti­vo sta­to di biso­gno ma per­pe­tra­ta come moda­li­tà di ves­sa­zio­ne e pre­do­mi­nio, inte­gra pie­na­men­te la con­dot­ta tipi­ca del­l’ar­ti­co­lo 572 c.p. Que­sta inter­pre­ta­zio­ne si impo­ne anche in appli­ca­zio­ne del­la Con­ven­zio­ne di Istan­bul sul­la pre­ven­zio­ne e la lot­ta con­tro la vio­len­za nei con­fron­ti del­le don­ne, che all’ar­ti­co­lo 3 inclu­de espres­sa­men­te la vio­len­za eco­no­mi­ca tra le for­me di vio­len­za dome­sti­ca.

È impor­tan­te sape­re che si trat­ta di un rea­to pro­ce­di­bi­le d’uf­fi­cio: una vol­ta atti­va­ta la mac­chi­na del­la giu­sti­zia, non si tor­na indie­tro facil­men­te.

Sul fron­te civi­le: gli ordi­ni di pro­te­zio­ne

Nel dirit­to civi­le esi­sto­no stru­men­ti d’ur­gen­za che agi­sco­no come un vero e pro­prio “scu­do” per chi subi­sce vio­len­za. Gli arti­co­li 473-bis.69 e 473-bis.70 del codi­ce di pro­ce­du­ra civi­le pre­ve­do­no che il giu­di­ce pos­sa ordi­na­re:

  • L’al­lon­ta­na­men­to del mal­trat­tan­te dal­la casa fami­lia­re
  • L’ob­bli­go di ver­sa­re un asse­gno perio­di­co di man­te­ni­men­to imme­dia­to, per garan­ti­re alla vit­ti­ma l’in­di­pen­den­za neces­sa­ria a rico­struir­si una vita
  • L’in­ter­ven­to dei ser­vi­zi socia­li o di cen­tri spe­cia­liz­za­ti

Que­sti prov­ve­di­men­ti pos­so­no esse­re adot­ta­ti anche quan­do la con­vi­ven­za è già ces­sa­ta, per­ché ciò che con­ta è la con­dot­ta pre­giu­di­zie­vo­le e il gra­ve pre­giu­di­zio all’in­te­gri­tà fisi­ca, mora­le o alla liber­tà del­la per­so­na.

L’addebito della separazione: non solo una questione di principio

In sede di sepa­ra­zio­ne, dimo­stra­re la vio­len­za eco­no­mi­ca può por­ta­re all’ad­de­bi­to del­la sepa­ra­zio­ne al coniu­ge respon­sa­bi­le. Que­sto non è solo un “pun­to d’o­no­re”: chi subi­sce l’ad­de­bi­to per­de i dirit­ti suc­ces­so­ri e, soprat­tut­to, il dirit­to a rice­ve­re l’as­se­gno di man­te­ni­men­to, come pre­vi­sto dal­l’ar­ti­co­lo 156 del codi­ce civi­le.

E se la con­vi­ven­za è fini­ta?

Una doman­da che ci vie­ne posta spes­so è: “Ma se ci sia­mo già sepa­ra­ti, que­ste tute­le val­go­no anco­ra?”. La rispo­sta è sì. La Cas­sa­zio­ne ha chia­ri­to che quan­do le azio­ni ves­sa­to­rie nei con­fron­ti del coniu­ge sono sor­te nel­l’am­bi­to dome­sti­co e pro­se­guo­no nono­stan­te la soprav­ve­nu­ta sepa­ra­zio­ne, si con­fi­gu­ra comun­que il rea­to di mal­trat­ta­men­ti. La sepa­ra­zio­ne, infat­ti, inci­de sul­l’as­set­to con­cre­to del­le con­di­zio­ni di vita ma non sul­lo sta­tus acqui­si­to, e lascia inte­gri gli obbli­ghi di reci­pro­co rispet­to e assi­sten­za mora­le che nasco­no dal rap­por­to coniu­ga­le.

Ripartire è un diritto, non un’utopia

Usci­re da una rela­zio­ne tos­si­ca quan­do non si ha un con­to cor­ren­te pro­prio può sem­bra­re impos­si­bi­le. Eppu­re, la leg­ge offre stru­men­ti con­cre­ti per far­ce­la:

  • Il gra­tui­to patro­ci­nio per chi non ha red­di­to
  • Misu­re cau­te­la­ri pen­sa­te pro­prio per chi par­te da zero
  • Cen­tri anti­vio­len­za che offro­no sup­por­to psi­co­lo­gi­co, lega­le ed eco­no­mi­co

L’au­to­no­mia eco­no­mi­ca non è un lus­so: è la base del­la digni­tà uma­na. Se sen­ti che il tuo part­ner usa il dena­ro per tener­ti in pugno, sap­pi che la leg­ge ha già pre­vi­sto una via d’u­sci­ta. Non sei sola, e non sei impo­ten­te.

Il pri­mo pas­so è sem­pre il più dif­fi­ci­le, ma è anche quel­lo che può cam­bia­re tut­to. Par­la­ne con un avvo­ca­to, rivol­gi­ti a un cen­tro anti­vio­len­za, chie­di aiu­to. La liber­tà eco­no­mi­ca è il pri­mo mat­to­ne per rico­strui­re la tua vita.

Per infor­ma­zio­ni e con­su­len­ze in mate­ria di dirit­to di fami­glia, con­tat­ta lo Stu­dio Lega­le Frez­za.

Avv. Fran­ce­sco Frez­za

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